Santo Tomás de Aquino

«...fere totius philosophiae consideratio ad Dei cognitionem ordinatur...»

2. Spiritualità e celibato secondo Johann Adam Möhler

2. Spiritualità e celibato secondo Johann Adam Möhler

Nella raccolta di Scritti e saggi, pubblicati appena a un anno dalla morte (1838) del pioniere della moderna ecclesiologia J.A. Möhler, si trova un ampio studio dal titolo: «Dilucidazione del memoriale (Denkschrift) per l’abolizione del celibato prescritto ai sacerdoti cattolici».1 L’occasione dello scritto è stata il memoriale presentato da Duttlinger, Rottek e altri laici professori dell’Università di Friburgo al Granduca di Baden, al parlamento badense e all’arcivescovo di Friburgo in Brisgovia per ottenere appunto l’abolizione del celibato sacerdotale.

Möhler inizia la sua replica con la sorprendente e tagliente dichiarazione: «Il presente scritto il relatore l’ha portato a termine con infinita tristezza».2 Una simile testimonianza su un argomento che è sempre di bruciante attualità, ma che di tempo in tempo ‑ quasi scandendo le crisi di fondo della cristianità ‑ accende la febbre negli spiriti, potrà dare opportuni e salutari spunti di orientamento anche all’inquietudine del nostro tempo. Ci limitiamo a tradurre e a collegare i tratti più salienti del grande prologo che espone i motivi più urgenti e profondi del celibato nell’orizzonte di una teologia pastorale ‑ o esistenziale che dir si voglia ‑, la quale subito penetra nel vivo e va diritta al nocciolo del problema. Mi auguro che qualcuno, più libero e preparato di me, possa tradurre l’intera monografia, la quale, con la celebre monografia su sant’Atanasio (ammirata anche da Kierkegaard!), è fra le perle della sua incomparabile penna ed ebbe a suo tempo ampie e positive ripercussioni sul clero tedesco.3

È un fatto altamente confortante, osserva in apertura Möhler, che i laici facciano sentire la loro voce nelle faccende religioso-ecclesiastiche; esso è tanto più confortante se essi, mentre i preti forse sonnecchiano, con pio entusiasmo annunziano le leggi e le opere di Dio ai figli degli uomini al pari dei Profeti dell’antico Testamento. L’epoca moderna ci offre di ciò grandi esempi nella Chiesa sia cattolica sia protestante. Ma questo, se si desidera il bene della Chiesa, deve farsi in modo diverso da quello dei signori professori dell’università di Friburgo. Finalmente la Chiesa cattolica del Baden ha avuto quell’ordine sicuro lungamente e ansiosamente atteso; ci si aspettava con ragione che tutti i movimenti dovessero scaturire da un movimento che garantisse una potente, vigorosa, profonda emozione degli animi, scaturissero dal centro più intimo della vita cristiana, così da attirare tutto on po’ alla volta nel suo centro in un rinnovamento di vita e di fecondità. Ci si è abbandonati alla speranza, osserva fiducioso il nostro, che qualcosa sarebbe seguito, come una nuova effusione dello Spirito Santo, il quale tutto penetra con impeto creativo ed eleva al grado superiore dell’esistenza. Ed ecco invece la delusione amara: «Ma ecco che, come una tremenda gelida brina, tocca sentire che così tanti professori di Friburgo, della Metropoli, pensano all’abolizione del celibato in queste circostanze, pensano in primo luogo e unicamente a questo».4

Il fatto, così inatteso e increscioso, è per il Möhler la conseguenza di tutta una situazione di scadimento morale della vita degli ecclesiastici. Si dice ‑ egli riferisce ‑ che il clero badense sia in complesso (si daranno, speriamo, molte eccezioni) molto mondano e anticlericale (sehr ungeistig und ungeistlich); che sia dominato da un indirizzo molto materiale e carnale: raramente si osserva un nobile entusiasmo per il Vangelo, una penetrazione più profonda e più viva del medesimo. Anche se non ci si accorge della mancanza di ogni specie di conoscenze, osserva ancora, esse però sono quasi sempre prive di ogni slancio di vita superiore, non fecondate dai semi divini, ma rigide e morte. L’Autore protesta che non può nascondere la verità di questa faccenda. Pertanto, egli deve ricordare che l’illuminismo negativo, l’indirizzo critico unilaterale, quasi da mezzo secolo era dominante in Friburgo; egli ricorda, per parlare soltanto di alcuni settori dell’insegnamento teologico, che «…la dogmatica [dichiara di non conoscere gli attuali docenti di questa disciplina in Friburgo] era insegnata in modo puramente storico, con prove estrinseche senza una più profonda fondazione e senza spirito speculativo; che la storia della Chiesa, invece di rendere visibili agli uditori i precetti di Cristo e le opere dello Spirito Santo in un contesto superiore e, senza nuocere al pragmatismo abituale, invece di mostrare il corso interiore degli eventi, viene trattata quasi come una histoire scandaleuse e più di tutto si ingiuriano i Papi, i vescovi, i concili, i monaci e le disposizioni ecclesiastiche».5 E la diagnosi continua ferma e commossa con la consapevolezza del dovere di aprire gli occhi su un’amara realtà che pare rispecchiare, in una anticipazione profetica, quella delle ansie e dei turbamenti dei nostri giorni.

Ora la diagnosi del Möhler scende più al concreto. Se infine si riflette, egli continua infatti, come da molto tempo l’attività del clero ‑ con i suoi molti innegabili meriti ‑ si è quasi occupata esclusivamente di pure forme e di esteriorità di tal fatta, come anche sembra che l’attività letteraria dei chierici si sia esaurita in conferenze (in sé molto utili) di pura casuistica liturgica, pastorale e morale, senza mai impegnarsi alle ultime e più profonde ragioni dell’intero cristianesimo, alle radici e ai fondamenti della fede e della vita cristiana, non sorprende che essa in sé manchi di ogni forza e non provi più alcun impulso a penetrare, con senso inquieto e vivo, in ciò che è più profondo e più alto.6

A questa vuotezza e aridità spirituale del clero badense hanno dato man forte, lamenta il Möhler, gli altri professori non teologi (firmatari della Denkschrift) chiedendo l’abolizione del celibato. E ora il grido di contestazione stupita e dolente: «Questi preti badensi, ombre di uomini vuoti di spirito e di Chiesa e già da lungo tempo svaniti nella loro interiore povertà spirituale, immersi in una vita puramente esteriore e avidi di piaceri, andavano domandando: Chi ci darà le donne? D’accordo con loro, i firmatari della petizione, chiedono: Date loro le donne! Ma credete voi che le donne possano dare ciò che esse stesse non posseggono? Si può capire che genitori saggi diano volentieri al figlio una ragazza di buona famiglia, per impedire che prenda una brutta strada: questo fa parte della condotta di questa vita terrena. «Ma per parte mia garantisco», afferma Möhler, «di non aver mai sentito o letto che per riportare a nuova vita le membra aride del corpo morale di Cristo o per ottenere teologi profondi e pieni di spirito si richieda prima di tutto di pensare a procurarsi donne o che, per qualificare tali teologi e predicatori, si metta anzitutto in evidenza che essi hanno la moglie».7 Quando la sacra Scrittura vuole presentare Barnaba come uno dei più degni aiutanti degli Apostoli, essa lo indica come un uomo che è stato ripieno di Spirito Santo e di fede (plh,rhj a`gi,ou pneu,matoj kai. pi,stewj).8 È a questo quindi che l’autore degli Atti degli Apostoli diede la massima importanza. Come avrebbero fatto molto meglio allora e come sarebbero stati in maggior sintonia con il Vangelo, quei professori contestatari, se essi si fossero raccolti in preghiera, come la Chiesa fa in casi simili, con animo commosso e pio, cioè cantando:

«Veni, creator spiritus,

mentes tuorum visita,

imple superna gratia

quae tu creasti pectora».

Sarebbe stata molto a proposito la sequenza di Pentecoste:

«Sine tuo numine

nihil est in homine,

nihil est innoxium.

Lava quod est sordidum,

riga quod est aridum,

sana quod est saucium.

Flecte quod est rigidum,

fove quod est frigidum,

rege quod est devium…»

Il movimento va quindi operato nella direzione opposta: «Certamente bisognerebbe anzitutto supplicare una quantità di uomini del Baden perché fossero in stretta connessione con le forze superiori, perché la loro benedizione facesse scendere a torrenti la divina grazia: uomini che fossero capaci di estendersi sopra la terra (thohu vabohu) con forza creativa e di poter unire in sé la profondità di Agostino, l’erudizione di Girolamo, l’eloquenza di Crisostomo e la mitezza di Ilario cori il rigore dell’inflessibile Raterio da Verona».9

Non vi è dubbio pertanto, conclude, che i sottoscrittori della petizione per l’abolizione del celibato, che si dicono d’accordo con gran parte del clero badense ‑ e Möhler fa alcuni nomi (Werkmeister, Huber, Weinmann…) ‑ si mostrano solidali con gli indirizzi più ostili alla vita della Chiesa: perché non riconosce che i più violenti attacchi in Friburgo contro il celibato sono venuti dai «liberali» o «liberi pensatori»? («Freimüthigen»; è Möhler che mette fra virgolette.) E qui sono chiamati in causa anche i protestanti. Infatti verso il 1780 ebbero inizio, osserva da storico attento, nella Chiesa protestante in Germania gli attacchi contro le dottrine fondamentali del cristianesimo che si diffusero ovunque in proporzione del dilagare generale della superficialità. Se si allontanassero i cattolici dal rispetto inculcato fin da bambini e fortunatamente diventato misterioso verso il dogma, per fare senz’altro causa comune con i protestanti, allora sarebbe spesso visibile una ottusità spirituale, una rozza indifferenza verso i capisaldi del cristianesimo e della Chiesa cattolica; si mostrerebbe per lo meno uno spirito persecutorio contro gli istituti ecclesiastici che hanno prodotto le età antiche della fede interiore e che ora sono trattati con la più grande frivolezza. Nessuno, neppure gli autori della petizione e del memoriale per l’abolizione del celibato lo possono contestare. Con l’interiorità e vitalità dell’antica fede si è perduto necessariamente anche il senso e la capacità di comprendere e di apprezzare ciò che da essa è scaturito: così, per esempio, Werkmeister rimase fino al termine della sua vita completamente fuori della fede ecclesiastica ed è stato anche colui che ha combattuto violentemente le discipline della Chiesa. Ci sono certamente lodevoli eccezioni, ma si tratta appunto soltanto di eccezioni.

Chi come Thomas Freikirch combatte l’infallibilità della Chiesa e quindi la sua origine da Cristo così come la sua consistenza eterna; chi come lui non condivide la fede che si trova soltanto in essa la salvezza delle anime e che anche il fatto di salvarsi fuori di essa si deve soltanto alla sua esistenza; come può costui comprendere e amare un simile istituto che esige una completa dedizione alla Chiesa, una completa immolazione di se stessi per vivere per essa, per operare per essa, per impegnarsi alla sua prosperità?10

Per Möhler non si tratta quindi, nella fattispecie della richiesta dell’abolizione del celibato, di un episodio marginale nella vita della Chiesa tedesca e della Chiesa in generale, ma di un turbamento profondo che mostra la crisi dei princìpi e finisce con lo scuotere alla fine i fondamenti della fede e della morale. Fra questi fondamenti viene in primo luogo la dottrina della grazia per Cristo Gesù che ci ha meritato di riconciliarci con Dio, così che «noi tutto possiamo soltanto con Colui che ci dà la forza» (una dottrina fondamentale del Vangelo e della Chiesa). Quanto più invece prendono piede le eresie materialistiche e naturalistiche, tanto più questa dottrina sarà bistrattata e schernita: «Quanto allora è stato insegnato della gratia praeveniens, concomitans, ecc., sarà rigettato come un assurdo della Scolastica, come se invece ogni buon volere non fosse prodotto in noi dallo Spirito divino e condotto all’azione con il suo continuo aiuto. Ecco a che cosa era ridotto l’uomo separato da Dio e abbandonato a se stesso; tutta la conoscenza era rivolta alla natura, non si sapeva più nulla della grazia. Ed eccoci al nodo della questione, per Möhler: «La natura non può vincere se stessa; essa può autodistrugersi, non riuscirà mai a dominare se stessa».11 Fin quando allora queste idee naturalistiche – oggi tali idee si camuffano per «antropologiche»! ‑ avranno il sopravvento nella Chiesa cattolica, si scatenerà necessariamente la lotta contro il celibato. Tutti gli scritti contro il celibato (lo può vedere chiunque, contesta Möhler) rigurgitano di siffatte idee naturalistiche. Così, per esempio, esemplifica Möhler, Trefurt12 nel suo scritto contro il celibato è sconfinato nel materialismo con l’affermazione cioè che è impossibile resistere (lett.: «non soddisfare») all’istinto sessuale: «Per me allora, senza voler far torto a nessuno, chiunque combatte il celibato è un ostinato avversario delle verità fondamentali del cristianesimo».13

A questo punto Möhler passa a toccare, con pari fermezza, la solidarietà e strettissima connessione tra gli oppositori del celibato e i propagatori delle teorie antievangeliche ed antiecclesiastiche dell’epoca moderna, teorie quindi incuneatesi, ieri come oggi, nella vita della Chiesa come il più pericoloso cavallo di Troia. Ma c’è un’altra osservazione da approfondire, secondo il nostro, quella cioè che le lotte per abolire la legge ecclesiastica del celibato, dove hanno trovato via libera, hanno in fondo finito col peggiorare la situazione: «Prescindo qui», egli dichiara, «dalla stretta connessione fra i tentativi di abolire il celibato e le diverse tendenze anticristiane e il loro influsso sullo scadimento della fermezza morale: considero», egli dice, «quei tentativi soltanto in sé. A causa infatti dei ripetuti continui attacchi, che durano da circa quarant’anni, molti chierici hanno ormai perduto la primitiva serena ingenuità che è tanto indispensabile per poter essere forti ed esplicare un’azione fruttuosa; una frattura si è venuta a frapporre nell’animo prima così calmo e sereno, che distrugge ogni energia spirituale. Sbandierando sfacciatamente l’infinita difficoltà ‑ anzi impossibilità ‑ di osservare la legge del celibato, è spuntato il dubbio sulla propria forza; questo dubbio ‑ una parola, come dice il teologo hegeliano Marheineke in altro contesto, con la quale fa rima soltanto il diavolo14 ‑ conteneva già in sé la reale impotenza. Il senso carnale, che è rimasto in ogni uomo, anche nei migliori, accresce e nutre curiosamente il dubbio; l’affermazione dell’ingiustizia della legge addormenta completamente la coscienza, e la colpa del peccare viene addossata a coloro che hanno fatto una legge così dura e crudele e vi hanno assoggettato gli uomini: che cosa manca ora per sprofondare nella più grande miseria morale?». Comunque sia, si deve ammettere, secondo Möhler, che in siffatta situazione l’uomo, che prima era così spiritualmente forte, ben presto si trova scisso nel suo intimo come avvelenato, come un fiore avvizzito, come una canna infranta, e tutta la gioia della vita, tutta la forza generativa dello spirito sono svanite, svanite per sempre. «E quale sarà», si domanda Möhler, «l’effetto di tutta questa letteratura contro il celibato sui giovani candidati al sacerdozio i quali non più cominciano come una volta la loro vita ecclesiastica con gioiosa ingenuità, con nobile fiducia di sé e consolante sicurezza, ma con il dubbio, straziati dall’intimo dissidio e scoraggiati? Cosa si può allora aspettare ?».15

È questo, così Möhler riassume il grande suo prologo esistenziale, il vero nodo della questione, cioè la connessione profonda e la solidarietà intima che nella vita della Chiesa ha l’osservanza del celibato con le verità fondamentali del dogma e della morale, con la determinazione dell’autentica missione del sacerdote e con la efficacia della sua azione per la formazione delle anime. L’abolizione del celibato renderebbe completamente incomprensibile la storia della Chiesa, anzi essa si mostrerebbe con un’immagine completamente capovolta: fraintendimento del Vangelo e concezione distorta della Chiesa e della sua storia sono sempre strettamente connessi fra loto.

Dopo queste veementi e commoventi dichiarazioni, l’insigne maestro, splendore della teologia cattolica tedesca dell’Ottocento, passa alla confutazione esplicita degli argomenti, portati nella Denkschrift dagli anticelibatari, che divide in tre parti: la prima offre la storia (sotto l’aspetto biblico ed ecclesiastico) del celibato, la seconda considera gli svantaggi e vantaggi di questa istituzione e infine la terza esamina i princìpi del diritto pubblico ed ecclesiastico in materia.16 E in questo nostro tempo post-conciliare in cui molti cristiani sembrano in bilico e sembrano allontanarsi sempre più dalla sintesi dinamica fra il principio della libertà (cristiana) e il principio dell’autorità ecclesiastica, dell’accettazione dei dogmi definiti e dell’ossequio all’autorità stabilita, possiamo dire che anche su questo punto Möhler ha precorso i tempi, descrivendo le stesse angustiae temporum in cui oggi geme la Chiesa nell’impegno generoso di portare il suo messaggio di salvezza all’uomo moderno. L’obiezione più generale e ricorrente dappertutto contro il celibato dei sacerdoti cattolici è che esso è una legge coattiva la quale decreta la più dura restrizione della libertà personale: come potrebbe la Chiesa credersi autorizzata a costringere così tanti uomini in un unico stato, a rinunziare al matrimonio? I diritti divini e umani glielo contestano. È questo modo di presentare la questione che Möhler invece subito contesta, una questione perciò che va posta in questi termini: «Ha la Chiesa il diritto di concedere l’ordinazione sacerdotale soltanto a coloro il cui spirito è già unto con la più alta consacrazione, nei quali si dispiegano i fiori più belli e più puri, i quali totalmente e senza divisione vivono per il Signore come si esprime l’Apostolo, ossia coloro i quali ‑ se vogliamo ancora indicarlo con una parola del medesimo Apostolo ‑ hanno conservato il dono della verginità?».

Dall’interno di questa luminosa interrogazione, che contiene la posizione e ferma rivendicazione del celibato ‑ coûté ce qui coûté ‑ Möhler illustra le principali attività del sacerdote come padre, pastore e maestro delle anime: l’esposizione ricca e penetrante nulla ha perduto, dopo più di un secolo, della sua affascinante attualità che i nostri fautori o dubitatori post-conciliari dell’abolizione del celibato farebbero bene a meditare. Möhler non ciondola, come sembra fare qualche grosso calibro della teologia contemporanea, sulle posizioni ambigue: «…oggi certo, forse… il celibato sta bene ‑ ma domani forse, chi sa… toccherà comunque decidere al popolo di Dio!». Egli è stato sempre fermo sulla posizione di principio, sul vertice della dignità dello spirito nella dedizione totale al sacerdozio di Cristo per la Chiesa dei martiri e dei santi.17 Cogliamo, fra le altre, anche la seguente osservazione: il vero spirito scientifico, lo studio profondo della filosofia, della storia e della teologia, al quale sia la rozzezza sia l’incredulità sono egualmente infauste, si diffonderanno sempre più tra il clero, mentre la luce della fede penetrerà tutte le occupazioni dello spirito: è proprio questo il clero che il celibato e l’ideale sacerdotale della Chiesa esigono.18 E cita l’espressione del poeta (Goethe?): «Tu assomigli allo spirito, che tu comprendi», un’espressione il cui «pendant» è per Möhler: «Tu fraintenderai in eterno lo spirito al quale tu stesso non assomigli».19 La difesa del celibato è così la stessa rivendicazione del primato dello spirito nella vita della Chiesa e nell’intera prospettiva della pastorale cattolica.

Una difesa quindi ‑ questa del Möhler ‑ appassionata e pacata, appenata e gioiosa, ferma e luminosa della perla del sacerdozio cattolico e dell’amore continuo della sua vita: una difesa valida ieri come oggi. Soprattutto oggi.


1 Beleuchtung der Denkschrift für die Aufhebung des den katholischen Geistlichen vorgeschriebene Cölibates (si trova in: J.A. Möhler, Gesammelte Schriften und Aufsätze, a cura di J.J. Ign. Döllinger, due volumi, Regensburg 1839-1840, vol. I, pp. 177-267).

2 «Mit unendlicher Wehmuth» (p. 177).

3 Cfr. J.A. Mühler, Gesammelte Aktenstücke und Briefe, a cura di St. Lösch, Monaco 1928, vol. I, p. 509. La Denkschrift dei professori laici apparve nel 1828. La pronta risposta del Möhler uscì su «Katholik», 1830, pp. 1 ss.: secondo L. Monastier (J.A. Möhler, Étude sur sa vie et sur son temps, tesi, Losanna 1897, pp. 83 s., in E. Vermeil, Jean-Adam Möhler et lécole catholique de Tubingue, 1815-1840, Parigi 1913, p. 489, n. 4), l’articolo di Möhler fu scritto prima del 1830.

4 Ivi, p. 178 (corsivi di M.).

5 Ivi, p. 178.

6 Ivi, p. 179.

7 Ivi, p. 180.

8 Cfr. Atti 11, 24.

9 Möhler cit., p. 181. Möhler invita perciò questo clero svagato e mondanizzato a meditare sul sobrio e forte testo del Prefazio della liturgia quaresimale: «(Deus) qui corporali ieiunio vitia comprimis, mentem elevas, virtutem largiris et praemia», intendendo, egli si affretta a spiegare, il corporale ieiunium «non solo per il mangiare e bere, ma per l’avidità di piaceri terreni e materiali in generale» (p. 181).

10 Ivi, pp. 182 s.

11 Ivi, p. 184.

12 Nella visita all’università di Gottinga nel novembre l822, Möhler incontrò fra gli altri (per esempio Planck padre e figlio, Stäudlin…) anche un certo H.L. Trefurt che da tutto il contesto sembra il teologo che egli qui critica così aspramente; cfr. vol. I, p. 75 nota 6.

13 «Ein verstockter Gegner christlicher Grundwahrheiten» (p. 184).

14 In tedesco: ZweifelTeufel!

15 Ivi, pp. 185 s.

16 Ivi, pp. 187 ss.

17 L’amico Reithmayr nella biografia premessa alla ed. 5 postuma del suo opus maximum che è la Symbolik oder Darstellung der dogmatischen Gegensätze der Katholiken und Protestanten nach ihren öffentlichen Bekenntnisschriften (Mainz-Vienna 1838) ci informa che il presente studio del Möhler sul celibato ha un’intima connessione con la sua vocazione clericale e la profondità di vita sacerdotale: «Il suo ingresso nello stato clericale coincise con un momento (Zeitpunkt) quando, sia tra il clero della sua patria, sia dello Stato confinante, si risveglio una animosità anticristiana la quale poté diventare altrettanto spiacevole in se stessa quanto deplorevole nei suoi effetti ‑ gli attacchi contro il celibato ecclesiastico. Möhler era appena diventato chierico quando, come è stato riferito da sicura fonte, egli prevenne lo scoppio di una simile confusione tra un numero non piccolo di giovani clerici» (p. XXX). Sembra, a quanto riferiva (in data 1 agosto 1826) il Decano della Facoltà teologica dell’Università di Friburgo, che sia stata anche questa la causa per cui nel 1826 Möhler rifiutò la chiamata alla cattedra di teologia in quell’Università: «…Möhlerum animo esse a nobis alienum, qui (jam) audisset Universitatem nostram agitari factionibus et mutuis simultatibus discerpi, in qua rerum perturbatione vivere tranquille difficile sit» (Ja Möhler, Aktenstücke… cit., p. 148).

18 Ivi, p. 244.

19 Ivi, p. 248.

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