Santo Tomás de Aquino

«...fere totius philosophiae consideratio ad Dei cognitionem ordinatur...»

Decadenza e crisi del sacerdozio nell’attuale crisi della Chiesa, P. Cornelio Fabro

Cornelio Fabro 31Publicamos este extracto del libro “L’Avventura della teologia progressista”, hoy tal vez más actual que cuando fue escrito, y comunicamos que todo este libro estará a disposición de nuestros lectores en el menú del blog, en la pestaña “Cornelio Fabro”, dando así inicio a una nueva sub-sección del blog dedicada a quien consideramos el más grande y fiel intérprete de Santo Tomás de todos los tiempos.

Decadenza e crisi del sacerdozio* nell’attuale crisi della Chiesa (L’Avventura della teologia progressista, Rusconi 1974, 285-291).

Ciò che nella presente situazione, secondo il May, soprattutto è deprimente, sono gli errori di professori, non tanto la debolezza e viltà di vescovi: ciò che più deprime è la decadenza della cura d’anime, è la frode e la pena che è stata recata al bravo popolo tedesco. A nessun osservatore diligente della Chiesa cattolica può essere sfuggito negli ultimi anni che questa ha battuto una via addirittura suicida per quanto riguarda la cura d’anime. Basta dare uno sguardo alla situazione.

Atteggiamenti di monopolizzazione della teologia progressista.

Bisogna partire da un fenomeno che è decisivo e insieme sorprendente per la Chiesa cattolica, cioè la determinante anzi dominante posizione della teologia Chiesa attuale. Essa sembra essere diventata, da una Chiesa di vescovi, una Chiesa di professori. Devo in verità correggermi: dominante non è la teologia semplicemente, ma una determinata forma di teologia che si chiama con la modestia, che le è propria, teologia del progresso, che io però indico come progressista. Meno questa teologia è una unità, e più però essa mostra in un certo campo delle caratteristiche comuni.1

Evidentemente questa teologia progressista non ha nulla a che fare con il vero progresso, che si chiama avvicinamento alla perfezione ‑ ed è questo in verità vero progresso ‑, cui il Signore della Chiesa ci invita. Il progresso autentico afferma i valori presenti e cerca di svilupparli, non il distrugge. Il progressismo invece contiene un programma di totale insicurezza. Ciò che esso spaccia per progresso è in verità regresso, cioè disgregazione di valori, svuotamento di contenuti, distruzione di forme: in breve, una demolizione, una liquidazione di cui una volta un professore di teologia dogmatica mi disse: «La liquidazione si può fare soltanto una volta!». Le opposizioni nella Chiesa non sono affatto tra conservatori e progressisti. Non si tratta infatti di una diversa impostazione della medesima eredità cattolica che da nessuno è negata, ma si tratta della fedeltà ai valori cattolici o del loro tradimento. Alcuni mesi fa l’episcopato tedesco, come è noto, ha organizzato una consultazione di sacerdoti. Tra le molte risposte ce n’è una senza dubbio estremamente significativa: il 68 % dei sacerdoti si è lamentato della confusione in cui è precipitata la teologia. Sia i sacerdoti sia il popolo cattolico erano abituati fino a pochi anni fa (ad aspettare) che i teologi che insegnano per incarico della Chiesa annunziassero anche la dottrina della Chiesa. Ma la situazione da alcuni anni è cambiata. Oggi non e raro il fatto strabiliante che gli annunziatori della fede, autorizzati dalla Chiesa, insegnino in contrasto con la dottrina della Chiesa. Io non esagero se dico che la guida della Chiesa è passata di fatto in larga parte dai pastori autorevoli e responsabili a teologi progressisti irresponsabili.

In casi innumerevoli questi teologi, noncuranti delle leggi in vigore, non fanno che esercitare pressione sui vescovi per costringerli alla mutazione delle norme. Il professore di dogmatica a Tubinga Küng ‑ seguito in questo dal collega Kasper ‑ è sbandierato come «carismatico», mentre la sua opera esattamente si deve chiamare «ricatto». Il 6 ottobre 1971 si domandò ai sacerdoti di Francoforte sul Meno chi di essi usasse esclusivamente e soltanto i quattro canoni permessi della santa Messa. Risultarono tre su trentacinque: trentadue usavano quindi canoni della Messa non permessi, introdotti arbitrariamente. Poco tempo fa la terza istruzione per l’esecuzione della costituzione liturgica del concilio Vaticano Il ha insistito nel proibire alle donne di servire all’altare. Questo non ha impedito, come so per mia propria osservazione, che un parroco di Spira lasciasse ministrare le ragazze sotto gli occhi del vescovo! Gli stessi vescovi, in molti casi conturbanti, hanno dato esempio di disobbedienza verso la Sede Apostolica, casi che non possono non avere il contraccolpo nel comportamento dei fedeli e dei sacerdoti. La conferenza episcopale tedesca alcuni anni fa ha ordinato che la prima confessione debba essere posticipata di alcuni anni alla prima comunione. La Sede Apostolica nel Direttorio catechetico dell’11 aprile 1971 ha ordinato di stare alla pratica precedente, cioè di premettere la confessione alla prima comunione. La conferenza episcopale tedesca non pensa per niente a ritirare il proprio abuso.

Il procedimento è sempre il medesimo: un paio di teologi progressisti di cartello si trovano insieme, elaborano qualche manifesto o altro proclama, lo pubblicano, fanno rumore, un gregge di seguaci si unisce a loro e dà man forte al coro, i mass-media prendono la palla che è loro lanciata e attizzano l’agitazione: la maggioranza dei vescovi tace, si mostra impressionata, benché alcuni siano impressionati non tanto dagli argomenti quanto dal vortice scatenatosi, un gruppo si dichiara solidale con i manifestanti, altri fanno dichiarazioni contrastanti che vengono subito diffuse dappertutto e impediscono ogni formazione di un’opposizione, ambedue i gruppi cominciano a esercitare insieme una pressione sul Papa. Il Papa è spaventato, indugia, indietreggia, compromette quelli che erano pronti a introdurla, il progetto conteso è lasciato cadere oppure è modificato secondo il desiderio dei manifestanti. L’esempio migliore: la legge fondamentale della Chiesa. La Curia romana, da una parte intimidita dalla canèa, dall’altra devota al suo signore, è come paralizzata per sentimento di lealtà verso il Papa o per paura dei ribelli, senza volontà e incapace di condurre una efficace opposizione.

Così la Chiesa un po’ alla volta ‑ e questo va tenuto bene in vista ‑ per quel che riguarda la decisione dei pastori è scivolata in una situazione di carenza di guida la quale, sia nel campo della dottrina sia in quello della disciplina, opera con crescente disintegrazione. Ogni positiva dichiarazione dei vescovi è contraddetta subito da quelle negative di molti teologi modernisti. Ultimo esempio: l’aborto. Sembra che non ci sia più una decisione sufficiente dei titolari del magistero che tagli corto al dibattito. La permanente insicurezza del clero e dei fedeli dilaga. Così non credo, cari confratelli, di essere troppo sottile se dico che le parole terribili del Vangelo: «Voi eravate come pecore senza pastore», devono applicarsi su larga scala alla situazione della Chiesa presente.

I teologi progressisti hanno creato istituzioni che devono consolidare il loro dominio. Il mio pensiero va alle commissioni dei teologi di diversi campi e alla rivista «Concilium». Il suo dominio, nelle case editrici, nelle riviste, nei giornali è solidamente fondato e pressoché completo, così che senza esagerazione si potrebbe parlare di un cartello progressistico di opinione, anzi di un monopolio di opinione. Al suo influsso soggiaciono e nella maggioranza soccombono da anni i pastori della Chiesa, il clero e i fedeli. La maggioranza degli uomini è incline a scambiare l’opinione dominante con quella vera o almeno a rassegnarsi di fronte alla posizione di monopolio della medesima.

Ma questo ha per la cura d’anime effetti cattivi e pieni di disagio. Senza una condotta ferma e unitaria della Chiesa nelle questioni di fede e di disciplina la cura d’anime manca dei suoi fondamenti. Quando l’assolutezza della nostra fede non è più indiscutibile non si trovano più neppure pastori d’anime che si struggano di zelo per la casa di Dio, né si possono più avere a disposizione laici che sacrifichino forze e tempo per la religione. Quando un prete insegna in un modo, un altro in un altro, chi rimprovera la gente se seguirà la via più comoda e più facile? Se non esiste una vita eterna, né il cielo né l’inferno, perché anche i cattolici non possono fare proprio il motto: «Arràngiati su questa terra, non c’è nessun aldilà, nessun arrivederci!»?

In seguito al monopolio ideologico dei progressisti non e possibile illuminare in grande stile il popolo fedele su ciò che negli ultimi anni si è fatto nella Chiesa. Così l’enorme processo di liquidazione dei valori cattolici non è venuto alla piena coscienza dei più o su vasta scala. Vastissimi circoli del clero e di laici ne sono infetti.

La crisi dei pastori d’anime.

La crisi della cura d’anime ha la sua radice principale, precisa il May, nella crisi dei pastori d’anime…2 Conoscete gli slogan: il sacerdozio deve essere demitizzato, il patriarcalismo demolito, la Chiesa democratizzata. Voglio occuparmi solo di questo, di come queste montature influiscono su molti preti. Ci sono sacerdoti il cui corso della giornata è determinato dai programmi della televisione, sacerdoti che trascurano regolarmente i propri doveri di pietà sacerdotale. Ci sono sacerdoti i quali da mesi, se non da anni, non ricevono più il sacramento della confessione malgrado le prescrizioni ecclesiastiche ancora vigenti. L’anno passato ho tenuto un corso di esercizi per preti nel quale ho avuto incontri tremendi fuori di confessione: molti infatti sono venuti da me. Un prete che era in procinto di cadere mi disse: «Se lei non avesse parlato così duramente, avrei continuato. Soltanto perché lei ha detto le cose con tanta chiarezza e severità, io ho la forza di continuare». Con la perdita e l’indebolimento della fede sorge però per la cura d’anime un pericolo mortale. Chi è diventato oscillante nella fede è incapace di condurre con fede la cura d’anime. Può mantenere ancora per un certo tempo una facciata di zelo, ma non è più in grado di offrire un servizio efficace, zelante e illuminato per la salvezza dei fratelli e delle sorelle. I continui attacchi contro il sacerdozio hanno anche effetti deleteri su coloro ai quali è affidata la cura delle nostre anime. Inoltre i fedeli perdono la conoscenza dell’importanza insostituibile del sacerdozio cattolico per la Chiesa e per tutta l’umanità. La considerazione del prete cattolico è, all’interno della Chiesa, enormemente ribassata. Questo ribasso di stima nel clero, a causa della ribellione e degli scandali di sacerdoti come anche dell’indirizzo della teologia che abbassa il sacerdozio, hanno però pessimi effetti per la cura d’anime, poiché ne diminuiscono le prospettive e le possibilità. Se oscilla la fiducia nel pastore d’anime allora anche la fiducia nelle sue parole e nelle sue manifestazioni diminuisce. Allora non si cerca più il servizio del pastore d’anime, non si ascolta più la sua parola.


* Seguo il saggio di G. May, Niedergang und Aufstieg der Seelsorge, in «Der Fels», a. III, 7-8 luglio-agosto 1972, pp. 201-210. Le osservazioni del May riguardano direttamente l’attuale cattolicesimo tedesco, ma indirettamente rispecchiano anche il resto dell’Europa che subisce fortemente (e l’Italia forse in modo maggiore di altre nazioni) l’urto del parossismo teologico che cala dal Nord-Europa con la valanga di traduzioni dei teologi del dissenso.

L’A. ha toccato in forma più sintetica l’argomento anche nei saggi: Priesternot und Priesterkrise, ed, 2, Mainz 1971; Zölibat und Zölibatskrise cit., pp. 15 ss. (estratto).

1 A questo proposito l’A. rimanda ai saggi pubblicati nella rivista «Criticon», nella rivista «Fels» e anche alla grande recensione alle Theologische Schriften de Rahner (in «Theologisches», 28, agosto 1972, pp. 530-542).

2 L’A. tocca la crisi del clero oltre che nei due saggi già citati anche in Bemerkungen zu der Priesterfrage in der Gegenwart, in «Theologisches», febbraio 1973, coll, 736-740.

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